Il Gusto DiVino

Viaggio tra i grandi produttori di Bolgheri e delle Langhe. Così lontani, così vicini...Angelo Gaja, le Roi in Barbaresco.

GajaUn viaggio emozionale. Visitare le Langhe ti dà l’impressione che il tempo si sia fermato, là in quelle curve perfette, in quel mare in collina che divide i vigneti, dai noccioli, e ancora dai vigneti e ancora dai noccioli.

E poi il Cedro, enorme, imponente, che ti saluta, con il suo cappello verdeggiante, in salute. E scoprire la stessa passione per la vigna, da Bolgheri, dal mare alla collina, in Barolo. E scoprire le affinità di grandi produttori. In Toscana e nelle Langhe. E per questo percorso non poteva mancare un Cicerone d’eccezione come Angelo Gaja, le “Roi” del Barbaresco. Tra i più grandi e storici produttori delle Langhe. Per lui lavorano oltre 150 persone tra Barbaresco, Montalcino e Bolgheri.

 

ANGELO GAJA

Le montagne sono una barriera ai venti freddi del nord e la maturazione è più tardiva rispetto a Bolgheri. Gaja però ha deciso di portare nelle Langhe, dove ha inizio la sua vita nel vino, un pò di Maremma. Piantando qualche cipresso vicino alle vigne. Per gli uccelli, che altrimenti non saprebbero dove fermarsi a cantare. “Mi daranno del vanitoso - sorride (ndr)- ma pensate a quando saranno enormi ed io non ci sarò più, si chiederanno chi l’ha piantate. Dovrò pure lasciare altri segni?!”

LA STORIA

DAl 1859. Giovanni Gaja aveva il vino nel sangue, comprò vino intorno al paese. Era già conosciuto per l’attività in trattoria. Le due realtà restano in piedi fino al 1912. Poi solo il lavoro in cantina. Nel 1914 Angelo Gaja e Clotilde Rei, nonni di Angelo Gaja, vengono a stare in Barbaresco. Lei era una maestra elementare nata in Francia, non sapeva niente di vino ma aveva grande ambizione. Decide di spingere il marito a produrre meglio e dare un prodotto diverso anche sfruttando le poche cantine nel territorio: selezione grappoli più belli in vigna e incrementando i test. Più di 100 anni fa in una zona povera, dedita solo all’agricoltura. Investire in qualità fu una rivoluzione totale. Lei è stata uno spartiacque tra il passato e il futuro, conquistando addirittura due nomi di vino. La storia di Gaia, una storia di grandi donne.

 

Castello barbaresco corteIL CASTELLO DI BARBARESCO

Più di 15 anni di ristrutturazione. E’ Barbaresco. “La qualità è tutto. Se un anno non va non si imbottiglia. Mio nonno mi ha insegnato le tappe del lavoro artigiano: faire, savoire faire, capacità di coordinare con il mestiere nelle mani, savoir faire faire (saper far fare) e far sapere. A Montalcino, per esempio, abbiamo fatto due annate declassate e dovevamo saperlo comunicare nel modo giusto. Altrimenti diventata solo uno scoop errato. La nostra è una storia d'innovazione. Nel 1948 mio padre ha trasformato i mezzadri, il primo in Piemonte, in salariati. Perchè per sopravvivere il mezzadro puntava solo alla quantità, perchè gliene rimanesse. Li ha liquidati tutti con uno stipendio sicuro alla fine del mese. Secondo lui la dimensione dell’azienda non può crescere oltre un cento livello: noi ci siamo fermati a 100 ettari. E infine la componente familiare è fondamentale. Nel 1937 ha cambiato l’etichetta sparando il nome Gaja in alto, nell’etichetta. Fino al ‘78, mantenendo il bianco. Essenziale".

UNA ZONA DIVERSA

“La forza economica è stata l’industria. Il fiume Tanaro ci disegna, Le Langhe stanno a destra. Sono circa 60 paesi fino ad un altezza di 600 metri, tutti dedicati, quasi esclusivamente, alla viticoltura. Quindici i paesi invece nel Roero, a sinistra del Tanaro. Qui si predilige monocultura, in Toscana invece il paesaggio è più vario, misto. Ma l’impatto è molto suggestivo per chi viene da fuori. La zona dell’albese dà lavoro a 25mila dipendenti, parlo della Ferrero etc... con un fatturato 15-20 volte superiore al vino turismo messi assieme. L’industria quindi guida l’economia e ha bisogno di capannoni: adesso vorrebbe salire in collina. Nel 2014 sarà accordato il riconoscimento come Patrimonio Unesco, l’unico in grado di frenare un pò l’espansione eccessiva. Servirà una programmazione attenta".

NoccioletoNOCCIOLETI

Non solo distese di vigne ma anche noccioleti. Prima venivano coltivati dai 450 metri in su, da quindici anni a questa parte li mettono anche in pianura. Con l’ausilio di macchine è tutto più semplice e dà un buon reddito.

E’ la numero uno in Europa, ricchissima di olio essenziale, dà l’aroma, il gusto. E Ferrero ha valorizzato molto il mercato. La varietà è tonda gentile della Langa e fa una produzione di circa 300mila quintali, la Ferrero ha bisogno di un milione di tonnellate e non basta. Ora si fa anche olio da ristorazione oppure spesso viene utilizzata per l’impanatura, per la pasta, il gelato etc...

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CANTINE E PRODUTTORI

Ci sono mille cantine per mille produttori. Ottocento sono artigiani, non abbiamo nessun fenomeno di traino. A Bolgheri come a Montalcino ci sono i produttori storici: Incisa e Biondi-Santi e i leader di mercato: Antinori e Banfi. Qui no. Gli artigiani svolgono una funzione importantissima nel turismo. In una zona dove non ci sono particolari attrattive storiche. Ricevono gli enoturisti a cui piace scoprire, parlare coi produttori e portarsi a casa bottiglie che non trovano altrove. E sono cresciuti molto, sostenendo anche le aziende storiche.Per non parlare dei tantissimi ristoranti con le stelle Michelin. In Toscana diversamente, i grandi produttori ricevono in casa, nelle dimore storiche.

Ci sono mille cantine per mille produttori. Ottocento sono artigiani e svolgono una funzione importantissima per il turismo in una zona in cui non ci sono particolari attrattive storiche. A Bolgheri e Montalcino invece ci sono i produttori storici: Incisa e Biondi Santi  e i leader di mercato come Antinori e Banfi. Qua non esistono tali fenomeni di traino

RistorazioneIL TARTUFO E IL TURISMO

Gli albesi sono bravissimi a commercializzare. Sono degli intenditori di marketing, bisogna solo essere onesti. Chiamateli tartufi bianchi e non d’Alba. Il tartufo di qua sarà al 20% però è un grosso richiamo.Nel turismo in generale c’è una visione un pò politicizzata che non mi piace molto. Per i politici il successo sono i numeri ma non è così. E’ anche una zona ricca di teste e senso imprenditoriale. In molti hanno più di un’attività.

I VIGNETI

Cento ettari sparsi quelli di Gaja. E ci sono produttori che hanno pochissimi ettari e stanno in piedi sul mercato. Il Cru di Cerequio per esempio che saranno stati 20 ettari inizialmente, ora li hanno sparpagliati con le menzioni geografiche aggiuntive. Il Barolo ce ne ha 186 di queste. I terreni qua esprimono la loro qualità migliore. Tra il 1125 e il 1218 i due comuni Barolo e La Morra, confinanti, hanno avuto una contesa di 100 anni perchè ognuno voleva il Cru di Cerequio: oggi 1/5 appartiene a Barolo e il resto alla Morra. Gaja pianta anche i vigneti dritti a “ritocchino”. “Siamo gli unici a piantarli. Perchè non ti danno i contributi perchè si ritiene che favorisca l’erosione ma con l’imbrunimento non succede niente. Anzi noi possiamo piantare con più densità per ettaro di 5000 piante, invece di 3500 coi filari a cavalcapoggio”.

Langhe

CHIESA DI CERETTOLA CHIESA DI CERETTO DIPINTA DA SOL LEWITT

Nel 1976, acquistando 6 ettari di vigneto nelle Brunate, uno dei più famosi e importanti cru del Barolo, la Ceretto ha acquisito SS. Madonna delle Grazie, una piccola cappella mai consacrata, costruita nel 1914 per radunare la gente che lavorava nelle vigne circostanti in caso di temporali o violente grandinate. Col passare del tempo, non più frequentata e, quindi, trascurata, la cappella è andata in rovina. L’incontro tra l’azienda e l’artista inglese David Tremlett, grande appassionato di vino giunto nelle Langhe, nel 1997, ha fatto scattare la scintilla. All’artista è piaciuta subito l’idea di recuperarla, pensando anche al coinvolgimento dell’amico americano Sol LeWitt. I due artisti si sono divisi equamente i compiti: a Tremlett le decorazioni interne, mentre a LeWitt l’intervento all’esterno.

LA PROMOZIONE

Il Consorzio funziona bene. c’erano un gruppo i “Barolo boys”, nati da Sloow Food, che ha indicato una strada id marketing di grande intelligenza. Venticinque anni fa aveva ideato di andare a Vinitaly unendo tutti i produttori in uno stand Langa in. Erano una quaratina poi si è sfaldato, purtroppo. Ma il modello è molto interessatnte. C’era un leader  Giorgio Rivetti e quando veniva un gioranlista estero lo portava dagli altri produttori. Gli faceva assaggiare i vini di tutti. Il compratore che voleva solo i grandi lo orientavano anche altroe. Un’operazione di marketing da scuola ma purtroppo poi ignorata. Poi non c’è bisogno di fare l’amore assieme, è chiaro. Basta il rispetto, diciamo che l’individualismo di un tempo è sparito.

I BIANCHI E IL KIWI

Nascono a sinistra del Tanaro. L’Arneis fa 5 milioni di bottiglie, è collocato bene in una zona dove non c’erano bianchi. Ci sono anche grandi produzioni di kiwi verso Cuneo.

VINITALY

Non si capisce bene a chi serve di più? C’è troppa connotazione di colore politico, serve a Verona, è indubbio. I soldi pubblici che arrivano sono tanti. Troppo afflusso che non porta tanto ai produttori in sè per sè. Devono essere fate delle scelte a partire proprio da noi. eròè un palcoscenico soprattuto per chi ha già gli importatori è un buon punto d’incontro senza girare tutto il mondo. Per chi si deve creare un mercato, ci vuole del tempo e costa tantissimo. Il primo mercato a cui devi guardare è l’Europa. E’ il tuo. Ti puoi muovere comodamente ed in economia diciamo. La Cina si affaccia ma devi avere tanto tempo ed energia per coltivarla. Se hai la possibilità di trovare un buon importatore fai bene a provare. Ma i piccoli devono guardare per prima i mercati di casa. 

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