Il periodo era quello settecentesco e illuminista. La cerimonia fu celebrata il 18 giugno del 1788

Porta Colonnella LivornoLivorno è una città orgogliosa delle proprie radici ed ha una forte accentuazione culturale che stimola una maggiore conoscenza del nostro capoluogo di Provincia; per cui è rilevante la storia di un matrimonio ebraico avvenuto nella città labronica, nell’epoca dell’illuminismo legislativo del Granducato di Toscana.

Michel Pereira de Leon di anni 18, e Ester de Medina, di anni 17, ebrei di origine ispano – portoghese, furono congiunti in matrimonio il 18 giugno 1788. La loro storia era iniziata già due anni prima, quando lei fu promessa sposa con la ragguardevole dote di 10500 Pezze da otto reali (moneta usata a Livorno di circa 6 Lire Toscane). Oltre ad un ricco corredo di 500 Pezze, ci fu una donazione per i futuri coniugi da parte della zia, di 2000 Pezze, da pagarsi dopo la sua morte. Poichè il contratto dotale prima del matrimonio, secondo il rito ebraico (Ketubà), riguardava anche gli obblighi del futuro sposo, doti e controdoti, erano un meccanismo che fondava la vita coniugale su dei comuni interessi e diritti paritari, conservando il controllo finanziario all’interno dello stesso nucleo familiare (Cristina Galasso, “Alle origini di una comunità”, ebree ed ebrei a Livorno nel Seicento. Leo S. Olschki Editore, Firenze, 2002). Purtroppo, l’alterata convivenza dei due giovani, appariva incoerente rispetto alle leggi proprie della Nazione Ebraica, di Livorno (Din Thorà). Tali leggi risalivano alle concessioni del 159I – 1700, e stabilivano la conservazione della proprie identità culturale e religiorsa, privilegiando lo sviluppo economico, e l’importanza portuale, favorendo la crescita demografica e urbana senza diventare ghetto. Veniva affermato l’animo fraterno tramite antiche usanze: ad esempio le persone benestanti il Venerdì uscivano per le vie della città con i loro abiti migliori, ed elemosinavano per le necessità dei poveri (Renzo Toaff, “La Nazione Ebrea a Livorno e a Pisa”, 159I – 1700. Leo S. Olschki Editore, Firenze, 1990). Quando la richiesta di scioglimento del matrimonio, che la sposa sottopose con pretesa di divorzio agli amministratori della giustizia ebraica, il caso fu ritenuto assai complesso da parte del Magistrato dei Massari di Livorno, che commissionò a tre Rabbini eletti l’esame dell’istanza rivolta. Tale Tribunale giudicante, in base al Motuproprio granducale del 29 marzo 1787, era abilitato ad emettere le sentenze solo relative alle cause tra ebrei ed ebrei: la Nazione Ebraica era un corpo separato, ma sottoposto al controllo dell’autorità del governo toscano, tramite il Governatore di Livorno. La questione inizialmente aveva assunto i toni del pettegolezzo causa l’ingelosimento di Ester nei confronti di Michel, che dimostrava stima e attaccamento affettivo troppo mo-rboso verso la madre di lei, Giuditta de Medina, lasciando il dubbio che vi fosse una illecita relazione d’amore (Archivio di Stato di Livorno, Governo Civile e Militare, inventario n. 895). In secondo luogo, Ester motivava maltrattamenti subiti, e che lo sposo non aveva onorato l’impegno del contratto matrimoniale: tipo il mancato rispetto della purificazione della sposa; la tradizione ebraica consentiva il congiungimento sessuale solo dopo il bagno rituale della donna (Mikveb), che immergendosi completamente nell’acqua di una grande vasca, rendeva il corpo nuovamente puro, prima di tornare alla normalità alla fine di ogni ciclo mestruale, e di ogni parto. Nel matrimonio ebraico anche la “bigamia” poteva essere ammessa solo in casi di sterilità della donna; avvenivano così secondi matrimoni, senza doversi separare dalla prima moglie restituen¬dole la dote. Anche nel “levirato”, il matrimonio tra una vedova e il cognato, vedeva nel nuovo patrimonio familiare costituito i vantaggi ereditari (Nella foto: Livorno, particolare della Pianta di Giuseppe Maria Terreni, 1783 – 1785. Porta Colonnella, per uscire dal porto e fare ingresso nei quartieri della città). Purtroppo la riforma della legislazione criminale del Granducato, datata 30 novembre 1786, n. 59, metteva in evidenza pur con il nuovo spirito illuminista, che si puniva l’adulterio e la bigamia: dando l’ultimo supplizio agli uomini, e venti anni di carcere alle donne. L’incesto tra cognati e cognate, suocero, nuora, e generi, avveniva con la condanna per gli uomini di dieci anni con l’obbligo ai lavori pubblici, e alle donne il carcere di cinque anni.
Mentre il rapporto carnale tra ebreo e cristiana, o cristiano ed ebrea, la pena veniva rilasciata all’arbitrio del giudice, purchè di minore entità rispetto a quella dei lavori pubblici (Artt. XC\/I – XCVII). Il caso degli sposi Michel Pereira e Ester de Medina, inevitabilmente assunse l’aspetto economico, facendo riemergere la scritta di matrimonio, poichè Gabriel Pereira (padre dello sposo), aveva promesso ad Ester in caso di sua ragione di restituirle secondo il rito ebraico, la dote, il lussuoso corredo, le gioie, l’aumento del 50%, e le 200 monete. Condizioni difficili a mantenere per le sopraggiunte difficoltà commerciali dei Pereira. Malgrado avessero ottenuto un prestito di Pezze 2000 dai Medina, in cambio di garanzia datagli su delle Polizze del Monte di Lucca per diverse gioie, vi fu il tentativo di vedersi sottrarre tutto il patrimonio depositato. Tali dissapori comportarono un ulteriore allontanamento della sposa.
Nonostante Michel volesse riconciliarsi ritrattando la presunta relazione con la suocera, lo stesso Governatore di Livorno riconobbe l’impossibilità di un nuovo accordo, restando la soluzione dello scioglimento del matrimonio e del divorzio permesso dalle ebraiche sanzioni. Per tale decisione erano più che favorevoli i Medina, e in forte disaccordo i Pereira, che avevano il maggior interesse a non interrompere il rapporto tra matrimonio e patrimonio dotale. Comincia a pesare su questa vicenda anche il timore di un intervento risolutivo del Governo Toscano, non auspicato dalla Magistratura Ebraica, poichè tutto questo avrebbe fortemente condizionato la capacità autonoma di una cultura, che a Livorno si era fondata su delle comuni ispirazioni della convivenza religiosa. Ne dava motivo la Notificazione granducale del 9 novembre 1790, n. 122, volendo prevenire con ciò i gravi disordini che derivavano dai matrimoni e che si agitavano nei tribunali. Fra l’altro, le promesse che venivano effettuate dagli “sponsali”(promesse di futuro matrimonio), non obbligavano ad espletare il matrimonio; ma limitavano l’azione civile contro il dissenziente, solo per doveri amministrativi di spesa procedurale. Perciò, con due pubblici atti del 25 aprile 1792, Michel Pereira de Leon, e Ester de Medina, convennero a sciogliersi da ogni vincolo matrimoniale, e di restare divorziati. Essendo intervenuta la Magistratura dei Massari della Nazione Ebraica di Livorno, prevalse la tradizione dell’elevazione spirituale e dell’educazione morale, con una identità distinta dal modo di sentirsi sudditi toscani: le parti rinunciarono alle loro spettanze, ed a ció che si trovavano nelle loro mani, reciprocamente restituite a chi erano di appartenenza.

 

 

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Divina Vitale
Toscana pura, giornalista nel Dna, ho una laurea in lettere moderne conseguita all’università di Firenze. Non ricordo bene quando ho iniziato a scrivere, ma ero parecchio bassa. I colori e i profumi della natura mi hanno sempre ispirato, la mia valigia è piena di parole… e mi concedo spesso licenze poetiche… Poi è arrivato il vino, da passione a professione. A braccetto con la predisposizione e pratica attiva per i viaggi e la cucina internazionale e ancor più italiana… assaggiare ed assaggiare… sempre. E’ giunto il momento di scriverne, con uno spirito critico attento. Da sommelier ho affinato certe tecniche di degustazione ma quello che conta nel vino,come nella vita, è l’anima. Basta scoprirla. E’ bello raccontare chi fa il vino e come lo fa. Perché il vino è un’inclinazione naturale…